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In un recente articolo sul Negotiation Journal, Mark
Young ci illustra l'impatto che l'etica del negoziatore ha sulla
trattativa. Due scuole si sono da sempre contrapposte sul tema
dell'influenza che l'etica riveste nel negoziato.
Young individua da un lato la scuola c.d. degli “squali” (Herb Cohen, You
Can Negotiate Anything, 1982),
per i quali ciò che importa nella negoziazione non è l'etica, ma usare
il metodo adatto per fare leva sul proprio potere e assicurarsi la
vittoria, spesso a spese della controparte meno capace. Dall'altro lato
individua la scuola contrapposta dei “santi” (Fisher e Ury, Getting
to Yes, 1981),
cioè di coloro che nel negoziato ritengono migliore un approccio
integrativo ed etico, che soddisfi gli interessi di entrambe le parti e
crei le condizioni per un rapporto duraturo che vada oltre la singola
trattativa.
A queste due scuole Young ne aggiunge una terza, quella dei “Samurai”.
Per il Samurai l'alternativa tra potere ed etica non è rilevante. Non
c'è tensione tra potere ed etica perché il primo deriva dall'esercizio
della seconda. Fare la cosa giusta, seguire la strada più difficile,
conduce sorprendentemente ad avere più potere. Questo atteggiamento viene
letto dalla controparte come un segnale di forza: il samurai viene
creduto, ammirato, e quindi temuto.
Young ci offre un esempio molto vicino di negoziatore “samurai”: Nelson
Mandela ai tempi della sua incarcerazione durante il regime
dell'apartheid sudafricano. Nel 1986, quando era già prigioniero da 22
anni, e ne mancavano ancora più di 4 alla scarcerazione, vista la buona
condotta e la sua notorietà internazionale, Mandela godeva già di una
situazione di prigionia migliore e di occasionali uscite premio sempre
sotto stretta sorveglianza.
Durante una di queste uscite premio, a causa della distrazione della
guardia che l'accompagnava, Mandela ebbe una facile occasione di fuga.
Si trovò per qualche istante da solo in macchina, senza manette, con le
chiavi già inserite nell'accensione. Scappare sarebbe stato un gioco da
ragazzi, e una volta preso contatto con i membri dell'African National
Congress, sarebbe divenuto impossibile per il regime catturarlo di
nuovo. Questa mossa avrebbe cambiato notevolmente le carte in tavola,
sia nel negoziato per il suo possibile rilascio, sia per i seguenti
negoziati per la transizione verso un regime democratico.
Perché nonostante quell'occasione decise di non fuggire con l'auto?
Mandela afferma che quella sarebbe stata una violazione del patto di
fiducia tra lui e il carceriere. Questo episodio, e molti altri oltre a
questo, probabilmente convinsero i suoi oppressori che Mandela era
incorruttibile, e sarebbe stato un avversario corretto ma imbattibile in
un negoziato.
Sotto molti punti di vista Mandela non era in una situazione di
vantaggio nei confronti del governo sudafricano. Ciò che utilizzò molto
bene fu però il potere dell'etica. Di fronte alle ingiustizie e alle
umiliazioni ricevute, si rifiutò di ricorrere all'occhio per occhio. Il
governo sudafricano, concessione dopo concessione, si trovò a cedere
completamente il potere alla sua organizzazione, senza che si
verificasse una temuta guerra civile. Come tutti sappiamo, Mandela è
stato poi eletto presidente del Sud Africa.
Da Mark Young, “Sharks,
Saints, and Samurai: The Power of Ethics in Negotiations” |